La Nostra Storia

Situata a 12 km a nord-ovest di Mantova, lungo il corso del Mincio, dove questo si adagia in un’ampia ansa, a ridosso della strada statale che collega Mantova a Brescia,è attualmente frazione di Rodigo, da cui dista circa 5 km.

da ricerche di Fabio Severi e Aristide Cauzzi

Rivalta negli ultimi secoli è stato un piccolo villaggio di pescatori. Ma non è sempre stato così…

La chiesa parrocchiale è dedicata ai santi Donato e Vigilio, vescovi e martiri raffigurati in due dipinti a posti nell’abside ai lati dell’altare maggiore, mentre al centro è raffigurata la Madonna…

In stile “di transizione” dal barocco al neoclassico, risale al 1750 ed è stata costruita su di un tempio precedente o ormai insufficiente per la comunità e al quale si ritiene risalgano il presbiterio e l’abside di diversa e più antica fattura rispetto alla chiesa…

Sino dall’antichità i fiumi hanno rappresentato luoghi ideali presso cui abitare, costruire villaggi, fortificazioni. Foto: Il Dio Mincio, sala dei fiumi, palazzo ducale, Mantova

Infatti le vie d’acqua da sempre hanno permesso alle popolazioni rivierasche un tenore di vita migliore, rispetto a comunità solo agricole, pur esponendone gli abitanti al pericolo di periodiche esondazioni o di eventi alluvionali catastrofici. Infatti abitare presso un fiume permetteva, oltre alle comuni pratiche agricole, anche la pesca e commerci su vie sicuramente più sicure rispetto a quelle che si inoltravano nelle selve della pianura padana.

Mantova ne è un evidente esempio; fondata dagli Etruschi, prese il nome dalla divinità Mantus. Passata poi sotto la dominazione celtica dei Cenomani, intorno al 200 a. C., giocò un ruolo nelle guerre fra Romani e Galli.

Nel 41 a.C. divenne colonia dei veterani di Cesare. La nuova distribuzione di terre colpì particolarmente i modesti possedimenti di Virgilio, nato ad Andes, in prossimità di Mantova.

Nell’antichità gli spostamenti avvenivano basandosi su punti di riferimento ben riconoscibili e immodificabili, come fiumi, laghi, catene montuose, seguendo i quali si tracciavano itinerari e vie di comunicazione molte delle quali sono attive e battute ancora oggi. Lungo queste vie si spostavano non solo individui o manufatti, ma soprattutto idee, esperienze e tradizioni.

Proprio per questo è possibile trovare oggetti normalmente diffusi o prodotti anche a migliaia di km di distanza come ad esempio l’ambra proveniente dalle coste baltiche, recipienti simili a manufatti di popolazioni residenti lungo il corso del Danubio, vasellame di produzione attica.

Numerosi sono stati i ritrovamenti di manufatti neolitici nelle torbiere presso Rivalta, assieme a tombe galliche e romane, e resti di costruzioni oramai a volte evidenziate da arature profonde. Assai significativa è stata la scoperta nel 1905 di una necropoli etrusca a Colle Fiorito, situato a circa 2 km da Rivalta, lungo la strada che porta a Goito.

Il Mincio si inserisce a pieno titolo nell’antico sistema viario della Lombardia orientale, collegando il fiume Po (Padus)con il lago di Garda (lacus Benacus), potendo poi raggiungere la via Postumia e la via Gallica. Ai tempi dei primi Romani il Mincio non gettava le sue acque nel Po, come ora, vicino a Governolo, ma si univa al Tartaro attraverso immense paludi. Fu il senatore Quinto Curio Ostiglio che, per ordine del Senato Romano fece cambiare il corso del Mincio, asciugò le paludi per costruirvi la via Ostiglia (189 a. C.)

Rivalta (l’antica Ripalta) posta sopra un terrazzo fluviale, è stata scelta sin dall’antichità anche quale luogo strategico per il controllo del fiume Mincio. Sembra che le strutture murarie risalissero le rive del Mincio sino a Sette Frati, dove c’era un ospedale presso il quale si curavano gli ammalati di malaria. (successivamente nel 1159 l’imperatore Federico I emanò un decreto dichiarando di non riconoscere nessun feudo ecclesiastico se non approvato per sanzione imperiale, che poi si negava sempre. Fu perciò laicizzato allora il fiorentissimo ospitale che nel 1170 ancora si vedeva nella Corte Sette Frati.  

Si nomina inoltre di un lungo sotterraneo che portava dal porto di Rivalta, dove era ormeggiata la flotta della contessa Matilde sino ai confini del territorio, a corte Vedusino e a corte Pilone. Il “quartiere” rivaltese inoltre confinava verso Rodigo con Corte Catenaccio, verso Goito la corte Sette Frati e il fiumicello Goldone, in direzione di Mantova con il fiumicello Osone, dove, presso il ponte Reverso, esisteva una chiesetta.

Rodigo, attuale sede comunale, dall’etimo incerto, ha origini come colonia, attorno al mille. Don Capitanio, un parroco vissuto nel nostro Comune alla fine del 1800, ed autore della “Cronistoria di Rodigo dai 1050 al 1866, fa derivare Rodigo dai nome dei suo Fondatore Roto, forse un cortigiano, forse un compratore di boschi, forse un “aremanno”, ossia un “tirannello”, legato e despota ai servizio dei Marchesi di Canossa di Mantova.

Matilde di Canossa, nata nel 1046, si trovò ben presto a guidare quello che era ormai uno degli stati più potenti d’Europa, che si estendeva dalla Toscana alla Lombardia, passando per l’Emilia, e comprendeva città bellissime e importanti.

Il Don Capitanio, citando Rivalta scrive: “Rivalta, la quale da secoli è semplice frazione del Comune, era allora popolosa molto, e Rodigo venne fondato solamente quando le frequenti inondazioni del Mincio, lasciando acque stagnanti e malaria, la disertarono in gran parte e la fecero ritirare dalle sponde straripanti. Rivalta però rimase sempre la Chiesa Matrice, oggi ancora Foranìa” (scrive nel 1900 e sta ad indicare la chiesa principale del comprensorio, al di fuori della città di Mantova).

Nell’archivio parrocchiale di Rivalta, ora custodito nell’archivio diocesano, si trovano citazione che risalgono al 1020 e ad un Breve del papa Clemente III che nel 1047 conferiva a quell’Arciprete  privilegi speciali e sacerdoti per il culto decoroso. Nel 1167 il vicino paese di Castellucchio, ora comune a se stante, doveva le decime all’arciprete di Rivalta. Rivalta era a quel tempo territorio dei Marchesi di Canossa, famiglia di origine lucchese che avevano avuto dagli imperatori di Germania il governo di Mantova e dei luoghi circostanti circa l’anno 962. Estesero perciò il loro dominio all’appennino tosco-emiliano e poi a Mantova, facendone la capitale di un marchesato più potente di un regno.  Il loro potere raggiunse la fase più solida nel 1027, quando Bonifacio fu nominato Duca di Toscana con decreto imperiale.

Di questo stato Mantova era la capitale, per bellezza e importanza, ma soprattutto per motivi strategici. A quel tempo Mantova era già una città -fortezza:  il castello di Rivalta garantiva il controllo del fiume, e quindi degli approvvigionamenti, a nord della città; la stessa funzione aveva, a sud, il castello di Governolo.

Con i Canossa si ebbe nel Mantovano un forte impulso a prosciugare le paludi, ad arginare le acque, ad abbattere le foreste, a ridurre a coltura i vegri e le terre incolte.

Territorio dei Canossa ai tempi di Matilde         

Rivalta era, a quel tempo, sede di residenza della Contessa Matilde di Canossa, che tanto fece per questo importante centro rivierasco.  Un documento del 1110, citato dal don Capitanio, si riferisce a Rivalta, definendola “in burgo civitatis Ripaltae”. Ricordo tradizionale restò in Rivalta una cameretta della casa parrocchiale, dove abitò Sant`Anselmo, Patrono di Mantova, strenuo difensore dei diritti della Chiesa e consigliere spirituale della Contessa Matilde, quindi Vescovo di Lucca, e nuovamente negli ultimi anni della sua vita alla corte dei Canossa, soggiornando in gran parte in Rivalta.

Rivalta e Rodigo, la prima sede Ducale, il secondo sobborgo di quella, furono oggetto di bonifica. I frati Benedettini provenienti dall’Abazia di Goito, mentre diffondevano la religione cristiana, nel contempo insegnavano ai coloni “a rasciugar paludi, stagni e lagune; arginare acque, abattere forest, ridurre a coltura sodaglie e vegri”.

Sempre nel  libro di don Capitanio si racconta del lungo assedio di Enrico IV nel 1091, che dopo undici mesi vinceva la resistenza e prendeva il castello di Rivalta.

Terza venuta di Re Enrico IV in Italia e assedio di Mantova

….Come il Re Enrico divenne radicale nemico della Santa Chiesa e dell’amabile donna Matilde, in qualunque luogo gli fosse possibile, le sottraeva terre, impegnandosi a fondo dovunque le avesse; in particolare la privò di tutte le ville e città che la Contessa possedeva, per eredità materna, al di là dei monti, ad eccezione di Briey, castello molto forte, di vaste proporzioni, e ben fornito

Alla predetta signora rimaneva una città particolarmente cara, che da antichissimo tempo si chiamava Mantova, città assai ricca e prestigiosa. Il re, desideroso di prenderla, fissò gli attendamenti attorno ad essa; dal canto suo la nobile e forte Matilde, acuta guida, la riempì di guerrieri scelti e di vettovaglie…

Mantova era ben protetta, e il Re era attestato lontano, ma sui cittadini incombeva l’assedio già da undici mesi. Frattanto, si consegnavano alle truppe del Re Rivalta e la Torre di Governolo…

I guai di quel tempo non turbarono però l’ancella di Pietro, la quale inviò agli assediati frequenti e copiosi rifornimenti, vivamente pregandoli di mantenersi fedeli. Essi la rassicurarono. Matilde, che molta fiducia riponeva in quei cittadini, fu però ingannata dalle loro parole: essi, infatti, tramarono di nascosto per consegnare nelle mani del Re la città e la sua guarnigione prima del giorno di Pasqua, che era assai prossima, e che allora doveva celebrarsi nel secondo mese, in aprile. Confermarono la decisione, e come Giuda la condussero ad effetto. Infatti, nella stessa notte in cui Giuda mercanteggiò e tradì l’Iddio Gesù, la città di Mantova fu consegnata al nemico… 

… Nell’anno 1091 mostrasti la tua bassezza, o Mantova, e ti degradasti nel tradimento…

… La sua potenza (di Enrico IV) cominciò a declinare di anno in anno. Le schiere di Matilde si portarono subito nei luoghi della Bassa, e successivamente passarono al di là del Po. Riconquistarono con le armi, duramente colpendo le popolazioni ribelli, quelle terre che la Duchessa, poco prima, aveva via via perdute. Fu così restituita alla Signora anche la Torre di Governolo, ricca di molte provviste e di beni del re, e non molto tempo dopo le fu riconquistata Rivalta. La parte cattolica ottenne in quell’anno notevoli successi.

(Codice Originario del 1115 secondo la traduzione di G. Manzi e U. Bellocchi)

I tempi stavano cambiando rapidamente. Il potere canossiano,  già stretto fra papato, di cui Matilde fu grande sostenitrice, e impero, fu ulteriormente minato dal crescente potere dei vescovi e dei cittadini di Mantova, che come quelli di altre città aspiravano a liberarsi da legami feudali.  Cosi alla notizia infondata, della morte di Matilde, nel 1114 i mantovani si ribellarono per affermare la propria indipendenza. Posero subito l’assedio al castello di Rivalta, che identificavano evidentemente col potere di Matilde, patteggiarono con il suo signore per vincerne le difese, e una volta entrati lo diedero alle fiamme, ne demolirno le torri e portano a Mantova per via fluviale le pietre in segno di vittoria.

dipoi avendo inteso (i Mantovani), che la Contessa trovavasi gravemente inferma e pressoché moribonda in Montebarazone sul Modenese, profittò di tal circostanza per meglio opporsi alle sue mire. S’impossessarono quasi subito i Mantovani di Rivalta sul Mincio, e ne distrussero il Castello, onde togliere ad essa (la Gran Contessa) o a’ suoi aderenti uno de’ mezzi più forti per costringerli alla resa della Città … Saputosi da Matilde un tanto eccesso, adunò prontamente le sue milizie; fece armare gran quantità di barche sul Po; e venne, poiché fu risanata, a porre in persona l’assedio alla Città, stringendola per terra e per acqua … e nel giorno 31 di ottobre fece matilde il solenne suo ingresso in Mantova fre le acclamazioni ed il plauso universale de’ Cittadini.

Matilde, che si era ritirata nel monastero di San Benedetto Polirone, mori l`anno successivo, il 25 luglio 1115 in Bondeno di Roncore.

 …Intanto, che l’ImperatoreEnrico trovavasi agitato dai torbidi del suo Regno, e promuoveva contese sui possessi di questa gran Donna, le Città Lombarde a poco a poco si resero indipendenti, sotto però la protezione Imperiale. Mantova anch’essa incominciò a reggersi in guida di piccola Repuubblica. Il Vescovo prese le redini del governo… 

… l’anno appresso (1116) essendo l’Imperatore disceso nuovamente in Italia, trovossi a Governolo nel giorno 6 di maggio… confermò ai Mantovani i lor privilegi; donò ai medesimi il Castelli di RIvaltae  permise che si potesse distruggere il palazzo, già sede de’ suoi augusti Antecessori, per trapiantarlo nel borgo di S. Giovanni Evangelista fuori di Città. …  e da questo diploma si apprende … che Rivalta era un’Isola attorniata dalle acque del Mincio, che la rendevano un posto di qualche importanza per la difesa di Mantova…

(Donizzone, Storia di Mantova, libro secondo)

Sempre nel testo del Donizzone è segnalato un terremoto in Lombardia nel 1117 e una terribile inondazione che interessò Mantova e in generale l’alveo del Mincio:

“Molti perirono al di fuori affogati nell’acque, e si perdette gran quanttà di bestiame. Unna parte de’ Cittadini fu ancor costretta ad abbandonare le proprie case rifugiandosi in luogni eminenti; e la maggior parte si trasportò ad abitare i piani superiori per qualche tempo, sinchè i fiumi nel loro alveo si ritirarono.”

Ma non erano solo i tempi, cioè la politica, che stavano cambiando anche il territorio stava per subire profonde trasformazioni.  Rivalta a poco a poco entrò in decadenza e al contempo aumentava l’importanza del borgo di Rodigo che in seguito ne divenne il capoluogo, il comune con il proprio stemma;  in un rogito del 1190 comunque citando Rivalta, la si chiamava ancora civitas Ripaltae.

Dopo il VI secolo, quando invasioni, guerre e pestilenze avevano decimato la penisola italiana, era iniziato un lento processo di ripresa, soprattutto in campo agricolo. Il paessaggio,  attorno all’anno 1000, era ancora semiprimitivo, ma l`uomo strappava a poco a poco terra ai boschi e alle paludi, utilizzava attrezzi più efficienti, aveva iniziato ad allevare buoi per il lavoro nei campi, e l’economia  l’economia  silvo – pastorale, finora prevalente, era ormai bilanciata da quella agraria. I centri vitali, nelle campagne, erano le corti, che sorgevano nel mezzo di grandi propietà fondiarie. 

Molte di quelle corti, antichissime, si trovano tuttora nelle nostre campagne. Possiamo allora immaginare Rivalta, l`epoca matildica, come un piccolo borgo sul fiume, protetto da un castello ben difeso e cinto da un fossato immerso in un paesaggio ancora per metà boschivo, dove i campi però si estendevano di anno in anno. La sua importanza derivava dalla posizione cruciale per il controllo della navigazione, e quindi dei rifornimenti, a nord di Mantova.  Le strade, a quel tempo, erano spesso impraticabili e la navigazione fluviale consentiva trasporti ben più agili. Tuttavia gli abitanti di Rivalta non sarebbero stati molto diversi da quelli di altri paesi rivieraschi, se ad un certo punto non fossero intervenuti dei cambiamenti radicali nell’assetto idrogeologico del territorio, che modificarono anche il loro modo di lavorare, e quindi di vivere.  Questi cambiamenti avvennero a partire dal 1190, quando il Pitentino progettò e realizzò una serie di dighe che avrebbero dato origine ai laghi di Mantova, per rendere la città ancor più sicura.

In particolare la costruzione del ponte dei Mulini causò la formazione del lago superiore e l’allagamento delle terre a monte, fin sopra Rivalta; queste grandi praterie (circa 2000 ettari) ben presto si trasformarono in paludi, assumendo l`aspetto che conosciamo oggi. Al signore di Rivalta, per il danno subito dalla perdita di tanta terra coltivabile, venne concessa la rendita di un quarto dei cespiti comunali derivanti dal dazio del ponte dei Mulini.

Lago di mezzo dopo il Ponte di San Giorgio

Fu quindi a partire dal ’200 che Rivalta si differenziò completamente da tanti altri paesi della pianura padana, a vocazione agricola, per sviluppare un’ecomia completamente incentrata sul fiume e la palude, la così detta “Valle”, la val. Inizialmente l’attività più praticata fu la pesca, come attestano documenti che parlano già nel tredicesimo secolo, di Arte della Pesca e di come essa fosse disciplinata da concessioni e regolamenti.

L’opera di difesa iniziata ai tempi di Alberto Pitentino, venne completata nel sec. XIII mediante la chiusura del Serraglio. L’importante lavoro consisteva nell’incanalamento di molti scoli e corsi d’acqua nell’avvallamento compreso fra il lago Superiore di Mantova e il Po.

Nel corso dei secoli però i Rivaltesi impararono anche a “coltivare” la valle, per raccogliere in grande quantità la canna e il carice, che erano sempre più richiesti. Così un’apparente sciagura, l’impaludamento dei campi, si trasformò nel tempo in una opportunità e in una ricchezza. Poiché l’economia non era legata esclusivamente all’agricoltura, qui si lavorava anche d’inverno, quando il contadino è invece costretto a sospendere gran parte dell’attività.

Inoltre il lavoro richiesto era distribuito in modo abbastanza omogeneo tra uomini e donne, occupando gran parte della popolazione attiva: gli uomini a pesca o alla raccolta di canne e carice, le donne addette alla costruzione delle reti da pesca o delle arelle (graticci, stuoie fatte con canne legate assieme).

Questi lavoratori  erano braccianti e operaie, e le loro condizioni di lavoro erano difficilissime, in un ambiente duro come quello palustre, si pativa soprattutto  per il freddo e l’umidità; ci si poteva ammalare di tetano, malaria e leptospirosi. Per i pescatori la vita era altrettanto dura, ma il loro lavoro aveva qualcosa di epico, e perciò invidiabile, legato forse alla tradizione. Molti di loro eranopescatori da generazioni: nel 1746 fra i pescatori di Rivalta figurano dei Marsili e dei Draghi. Ed effettivamente le imprese degli ultimi pescatori rivaltesi, scesi ogni giorno sul fiume fino ad oltre 80 anni, hanno un sapore eroico.

Nel paese si contavano, fino a pochi decenni fa, una trentina di pescatori, altrettanti raccoglitori di canne e un centinaio di operai, soprattutto donne. È documentato uno sciopero di operaie, sul finire del secolo scorso, che parla di oltre un centinaio di donne. Nello stesso periodo a Rivalta c’erano diverse trattorie, numerose botteghe artigiane (comprese quelle dei calafati, i galafas, per la costruzione di barche) e due teatri; ci fu in passato la fermata del treno, del tram e infine delle corriere. Ci fu una filanda, poi trasformata in laboratorio per la produzione di arelle da tempo chiusa. Ci furono, e ci sono tuttora, cave di sabbia e ghiaia: ancora nel dopoguerra si utilizzava la via fluviale per il trasporto di questi materiali.  Erano in funzione due vaporetti,  Angelo e Italia, che fungevano da rimorchiatori: ognuno trascinava sei grosse chiatte cariche di ghiaia, su due file di tre. La ghiaia era caricata al Geròt, alla Feradina (una ferrata, cioè binari che partivano dalle cave e arrivavano direttamente all`aruacco) e anche a Rivalta, dove esisteva un attracco simile.

La presenza del Mincio e della sua valle dunque hanno dato un impronta inportante, assolutamente singolare, a Rivalta. La val ha dettato lavori mestieri e tradizioni, cioè una cultura, diversi che altrove; ha anche favorito l`economia locale, offrendo forse un po` di prosperità in più ai suoi abitanti.

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