Pesca

di Mauro Coffani

Fra tutte le attività che si svolgevano nella palude, quella che forse ancora oggi esercita il fascino maggiore era la figura del pescatore. Gente schiva, dura, fortemente indipendente, burbera, ma fondamentalmente dal cuore d’oro, i pescatori erano Rivalta.

Oggi, purtroppo, questa figura è scomparsa, vuoi per una diminuzione del pesce (a causa di inquinamento e sistemazioni idrauliche), vuoi per la durezza del tipo di vita, che non incoraggia certo ad intraprendere questa professione. La cooperativa dei pescatori di Rivalta non esiste più, si è sciolta nel 1991, e con la scomparsa di Giovanni Draghi, l’ultimo pescatore di Rivalta, una figura ormai entrata nella leggenda (ha pescato fino a 80 anni), si è persa la figura professionale che caratterizzava il nostro territorio. Con lui, ultimo a mantenerne viva la tradizione, è morta una parte della nostra storia.

L’attività della pesca era divisa in due grandi periodi, uno che potremmo definire “invernale”, che andava da ottobre a marzo, ed uno “estivo”, da aprile a settembre.

Nel periodo invernale si pescava solo con le reti, che erano tradizionalmente di due tipi: la volantina (ulandina), un tipo di rete fatta con un filo molto sottile, che alla prova dei fatti si rivela una vera e propria ragnatela, e il tramaglio (), costituito da tre reti, le due più esterne hanno le maglie molto grandi fatte con un filo molto più grosso di quello delle volantine, mentre la rete centrale, più lunga e più larga delle altre, funziona in modo analogo alle volantine: il pesce entra dalle maglie della prima rete, si impiglia in quella centrale ed esce dalla terza formando così una sorta di sacchetto (al fà al sachel), restando irrimediabilmente imprigionato. Entrambi i tipi di rete, avevano alle estremità delle corde, quelle in alto portavano i galleggianti, mentre quelle in basso portavano dei pesi di piombo per mantenere dritto l’attrezzo in acqua.

Ma come venivano usati questi attrezzi? Dipendeva dal tipo di rete.

La volantina, essendo una rete sottilissima e, quindi, leggera, veniva usata nei canali dove la corrente era minima o assente. Veniva stesa la sera, longitudinalmente al canale, e controllata il mattino successivo.

L’impiego del tramaglio era più “vario”.

Quando il pescatore lavorava da solo, se pescava in un canale, stendeva il tramaglio trasversalmente al canale stesso, avendo cura di lasciare libero un lato dla rè, dopodiché risaliva la corrente per qualche decina di metri e iniziava la battuta (al parava), cioè buttava in acqua la pala del puntal, il remo che si usa per muoversi nei canali interni, per far scappare il pesce in direzione della rete. Quando raggiungeva l’estremità libera del tramaglio, la prendeva e richiudeva tutta la rete in modo da formare un sacchetto; il pesce presente rimaneva imprigionato, e non rimaneva allora che tirare il barca la ed estrarne il contenuto. Sul corso del Mincio la tecnica di utilizzo era diversa, si usava una tecnica a strascico che poteva vedere l’impiego di una o due barche. Nel primo caso il pescatore legava le estremità della rete alle punte della barca (allora le barche non erano come le attuali, ma avevano due punte) e scendeva il corso del fiume sfruttando la corrente. Quando pensava di aver “setacciato” il fondale che gli interessava, si accostava alla riva, si fermava e lasciava che la corrente chiudesse la rete. Quando un pescatore usava questa tecnica “solitaria”, si diceva che andava a sguansà. Nel caso in cui fossero coinvolti due pescatori, la rete veniva tesa tra le due barche che scendevano costeggiando le due rive del Mincio. Anche qui, dopo aver setacciato il fondale, si chiudeva la rete prima di tirarla a bordo, ma questa volta la trappola scattava con l’unione delle due barche al centro dell’alveo. Questa tecnica a strascico non poteva essere usata in un canaletto, perché l’attrito della rete, senza l’aiuto della corrente, difficilmente sarebbe stato vinto dal pescatore. Il tramaglio veniva utilizzato anche sul lago, dove si faceva una sorta di cerchio che veniva stretto sempre più..

L’uso del tramaglio vedeva la sua apoteosi nel periodo delle festività natalizie, quando i pescatori si riunivano tutti quanti insieme (ricordiamo che la cooperativa raccoglieva 30-40 soci) e “facevano compagnia” (i fava cumpagnia). Questo tipo di pesca era mirata alla cattura del “bransin” (Persico Reale) e si svolgeva esclusivamente nel periodo natalizio per via della tradizione che accomuna tutti i paesi rivieraschi, cioè quella che prevede che nella cena della Vigilia di Natale sia presente, appunto, il branzino alla griglia. In base all’esperienza dei pescatori, si sceglieva un fondale del lago che fornisse buone probabilità di pesca, dopodiché si formavano due gruppi: uno risaliva la corrente per un certo tratto, mentre l’altro stendeva le reti a formare un semicerchio. Poi il primo gruppo cominciava la battuta (al paràva), avvicinandosi sempre più al semicerchio. Quando i pescatori del gruppo che spingeva il pesce verso le reti erano quasi a ridosso del primo semicerchio, buttavano a loro volta le proprie reti, chiudendo così del tutto il cerchio. La battuta continuava, mentre le reti che eventualmente erano rimaste in barca venivano gettate all’interno del cerchio, per prendere anche gli ultimi pesci ancora liberi. Infine, con una certa eccitazione ognuno tirava a bordo le proprie reti e cominciava ad estrarre il pescato. Tutto questo veniva definito “’na man” e, tra preparativi, battuta e raccolta, durava almeno un paio d’ore.

Se la prima mano era stata fortunata, i pescatori tornavano direttamente a casa, a godere un meritato riposo e anche un piccolo momento di gloria, poiché al porto la gente aspettava il loro ritorno per vedere quanto aveva preso ogni pescatore, chi aveva “al pes pusè bel” (cioè chi aveva le prede di dimensioni maggiori), in definitiva per curiosare e avere qualcosa di cui parlare. Tutto questo potrà forse far sorridere, ma non dimentichiamoci mai che allora il Mincio era il vero cuore di Rivalta, l’economia viveva dei suoi prodotti, e la sue sponde fungevano da posto di lavoro, momento di incontro, centro balneare e ricreativo (tutte le generazioni di Rivaltesi, fino a metà degli anni ’70, hanno fatto almeno una volta il bagno nel Mincio). Se invece la prima “man” non aveva dato buoni risultati bisognava ricominciare tutto da capo, cambiando posizione e confidando nell’aiuto di San Pietro (patrono dei pescatori). La seconda mano, come si desume, aveva carattere eccezionale; in ogni caso non venivano fatte più di due mani in un giorno.

Senza dubbio “la cumpagnia” doveva essere qualcosa di molto suggestivo. Cerchiamo di immaginare: 30-40 barche, il lago con i colori del tardo autunno, le urla, l’eccitazione palpabile, un po’ di foschia … tutto ciò assume ora un contorno quasi fiabesco. E non meno affascinante doveva essere il ritorno a casa, una lunga fila di barche che emergono dalla nebbia, le donne, i carsèr, i canaröi, tutti lì che aspettano cercando di celare la propria curiosità, ancora le urla, i complimenti, gli improperi per quel grosso branzino che è scappato e la felicità condivisa per una buona pesca.

Questo genere di pesca necessitava del permesso delle Autorità: infatti, secondo la legge, il pescatore doveva pescare da solo ed era assolutamente vietato pescare in gruppi. Tuttavia la mancanza di controllo, dovuta a guardie che non erano in grado di vogare con un solo remo (i motori fuoribordo sono arrivati solo alla fine degli anni ’50), faceva sì che, complice la nebbia, tre o quattro pescatori si mettessero a pescare insieme, facendo una sorta di “cumpagnia” in tono minore. Si potrebbe considerare come una forma di bracconaggio, ma la necessità (nessun pescatore è mai stato o diventato ricco) spingeva a questo; inoltre, questo genere di pesca di frodo non comprometteva assolutamente l’equilibrio dell’ecosistema, dal momento che la quantità di pesce presente all’epoca nei laghi era estremamente superiore a quella attuale.

Un’ultima notazione prima di chiudere con le reti. Contrariamente ai bertovelli (bartavei o tàmburei), i teli da rete, nella maggior parte dei casi, venivano acquistati a Mantova e assemblati poi a casa; a partire dagli anni ’50, quando le reti in canapa furono sostituite da quelle in nylon, venivano acquistati nei retifici di Sala Marasina, sul Lago d’Iseo. Armare una rete richiedeva tempo: lungo i lati bisognava far passare delle corde, poi andavano messi i galleggianti e i pesi. I galleggianti erano tappi di damigiana (cucai), opportunamente tagliati e bucati con un ferro rovente, mentre per appesantire la rete si usava il piombo, dapprima fuso e ridotto allo spessore di un foglio, poi tagliato e arrotolato attorno alla corda (piumbaröli); in seguito si utilizzò il rivestimento, sempre di piombo, dei cavi elettrici, per finire con corde che uscivano dalla fabbrica già munite di pesi. Le reti che sono state usate fin quasi a oggi sono di nylon, una fibra sintetica molto resistente, ma divenne disponibile solamente dagli anni ’50; fino ad allora si usavano le reti di canapa, molto meno resistente. Le reti, visto l’uso massiccio che se ne faceva, rimanevano bagnate, o comunque umide, tutto l’inverno, per cui la canapa deperiva velocemente. Di conseguenza, ogni due anni bisognava cambiare i teli, salvando cucai e piumbaröli.

Nel periodo “estivo”, che, come abbiamo detto, andava da aprile a settembre, il tipo di pesca cambiava e si passava all’uso di bartavei (bertovelli), riuplan, cùgoi e cavès.

I bartavei, detti anche tàmburei, sono un tipo di insidia costituito da coni di rete che vengono a creare due o più “camere della morte”, e che viene tenuta tesa da cerchietti di varie dimensioni (sercei e serciùn) e da due canne di bambù o da due rami (fùrseli). I bartavei, in base alle dimensioni, si distinguevano in tàmburlìn e tàmburlùn, e richiedevano al pescatore un grosso impegno. Innanzi tutto, i tàmburei, a prescindere dalle dimensioni, venivano collocati soprattutto nei canali secondo le stagioni: in primavera, quando l’acqua è ancora piuttosto fredda e il pesce tende a stare sul fondale, per via del calore generato dalla fermentazione della sostanza organica, li si metteva sul fondo (a fond), zavorrandoli con dei sassi, e facendo delle teri (delle file) trasversali al canale, in modo da occuparlo completamente; in estate, quando il pesce nuota vicino alla superficie e alle sponde in cerca di ombra e ossigeno, i bartavei venivano messi in pel, cioè a pelo d’acqua, senza zavorra, coprendoli solo con l’erba e le canne delle rive. Anche sul lago si usava sistemare i tàmburei, solitamente in dli basi ‘d canei, cioè tra i canneti della riva, dove l’acqua è bassa. A volte, si costruiva con dei pali degli ostacoli in cui si impigliava l’erba che scendeva spinta dalla corrente, ai quali si legavano poi i bartavei, ma era raro, in quanto in caso di temporale e conseguente corrente impetuosa c’era il rischio di perdere pali e bartavei.

I riuplan non sono attrezzi tradizionali in senso stretto, in quanto la loro introduzione risale

alla metà degli anni’50. I riuplan sono un attrezzo costituito da una sorta di “camera della morte che presenta un’unica apertura molto stretta per tutta la sua lunghezza, dalla quale entra il pesce che viene poi forzato verso le estremità, dove sono cuciti uno o due bartavei (cui, code). L’attrezzo veniva messo sul fondo di un canaletto con l’apertura rivolta verso una sponda, in modo che il pesce (soprattutto anguille e pesci gatto) che di notte risale la sponda in cerca di cibo, tornando verso il fondo fosse costretto ad entrarvi. Una volta dentro, il pesce percorre tutto il riuplan cercando l’uscita, ma la rete lo spinge inesorabilmente verso la coda, dove rimane intrappolato nel bartavèl.

Il cùgol (plurale, cùgoi) era un attrezzo usato in funzione dell’altezza del Mincio. Normalmente l’acqua, contrariamente ad oggi, ricopriva i canneti e i pesci vi si inoltravano in cerca di preda. Capitava, nel corso dell’anno, che il livello delle acque venisse abbassato per permettere lo svolgimento di alcuni lavori, sia direttamente legati ai lavori della palude sia dovuti a sistemazioni idrauliche, per cui il pesce tendeva a ritornare nei canali per riguadagnare la libertà nel fiume. Il cùgol entrava allora in azione: essendo una sorta di bartavèl con due grandi ali, veniva messo in acqua in modo da ostruire completamente il canale e costringere il pesce verso il centro, cioè l’apertura della trappola. Lo stesso succedeva quando, finiti i lavori, le acque tornavano a crescere. Questo genere di pesca rappresentava un espediente semplice, ma geniale: in questo modo si prendeva più pesce che non con una tera di bartavei e si faceva anche più alla svelta a controllarli.

I cavès (palamiti) venivano usati soprattutto in primavera e nei mesi di settembre-ottobre, per la cattura delle anguille. Erano costituiti da un cavetto lungo circa 50 metri, al quale veniva legato ogni metro un cordino recante un grosso amo. Venivano messi in acqua la sera, a qualche metro dalla riva, fissati ad una canna palustre, che fungeva da segnale, e appesantiti da una pietra legata al cavo ogni 5-6 metri. Il lavoro di preparazione dei cavès era lungo e noioso, perché ad ogni amo bisognava fissare un’esca che variava con il variare della stagione, vermi, varun (vaironi) o ranin (piccole rane).

Nel corso dell’anno, i nostri pescatori usavano anche altri due attrezzi.

Uno era la dirlindana o lüsaröla, una sorta di canna lancio ante litteram. Era formata da una specie di “mulinello” sul quale era avvolto del filo di rame, alla cui estremità era fissata un’esca rotante che veniva costruita in casa con un raggio di bicicletta, un’ancorina e un cucchiaio. Il filo veniva srotolato dal pescatore mentre vogava verso il lago, facendo anche in questo caso, una sorta di pesca a strascico. Allora come oggi questo genere di pesca era vietato, ma la pochezza dei controlli permetteva questa pratica.

L’altro attrezzo usato era la sfrosna (fiocina). Tutti i pescatori ne avevano una in barca, ma la usavano soprattutto per prendere qualche carpa, pesce all’epoca considerato poco pregiato, per la cena della famiglia.

Una piccola notazione merita l’influenza delle fasi lunari sulla pesca. Nonostante possa sembrare strano, le fasi lunari influivano molto sull’esito di una battuta di pesca con le ulandini, i tamburei o i cavès: in caso di plenilunio si prendeva circa il 50% di pesce in meno rispetto al novilunio. Secondo i pescatori, con il chiarore lunare, il pesce era in grado di distinguere le insidie e quindi di evitarle, per cui erano costretti a cercare di mimetizzare gli attrezzi con l’erba. La pesca con il tramaglio, invece, svolgendosi di giorno, non risentiva per niente delle fasi lunari.

La vita dei pescatori era una vita senza dubbio molto dura e laboriosa, in cui i momenti di riposo dovevano essere ben pochi. In particolare, l’impegno maggiore era richiesto dai bartavei

Normalmente si cominciava prestissimo: i pescatori partivano tra le 3 e le 4 del mattino, per controllare i propri tàmburei, tornavano a casa verso le 9 e, dopo una colazione frugale, cominciava il lavoro più grosso. Prima degli anni ’50 e dell’avvento del nylon, i bartavei erano di canapa, mentre i sercei erano di legno. Come si può comprendere facilmente, la resistenza e la durata di questi attrezzi erano piuttosto limitate, per cui era sempre necessario portarne a casa qualcuno, vuoi perché rosicchiato da un topo, vuoi per la rottura di un sercel o di un serciùn. Allora si ricostruivano le maglie (cusar li mai) e si cambiavano i sercei rotti con quelli che il pescatore aveva preparato nel corso dell’inverno, rubando il tempo ad un bicchiere di vino e ad un po’ di compagnia all’osteria. Poi, nel primo pomeriggio, si ripartiva per rimettere in acqua i tàmburei. Inoltre, la limitata resistenza della canapa imponeva il rito settimanale della tintura (fa tinta): si metteva sul fuoco un paiolo pieno d’acqua, vi si versava la tintura e si aggiungeva il verderame (solfato di rame), che fungeva da fissante per la tintura, aggiungendo nel contempo una maggiore resistenza alla canapa; il rito doveva essere molto lungo, in quanto bisognava manipolare ogni volta 200-300 bertovelli; poi bisognava stenderli, farli asciugare, raccoglierli e armarli. Nella maggior parte dei casi, i bartavei venivano fatti a mano dalle mogli dei pescatori.

Ancora riguardo la pesca con i bartavei, nei mesi estivi, subito dopo i periodi di frega (riproduzione) delle varie specie di pesci, questo genere di pesca ristagnava, cioè si doveva fare i conti con una notevole diminuzione del pescato: diventava quindi una forma di pesca meno redditizia, mentre l’usura dei materiali rimaneva invariata. Per rimediare a questa situazione, invece di lasciare in acqua i bartavei, il pescatore li raccoglieva e si trasformava in carsèr, cioè smetteva temporaneamente di pescare e andava a raccogliere il carice (andà a careşa). Questo fino agli anni ’50; poi il nylon, avendo una resistenza all’usura molto maggiore che non la canapa, liberò i pescatori da questo secolare “secondo lavoro”: si mettevano semplicemente in acqua più bartavei, riuscendo così a guadagnare comunque la giornata.

La durezza di questa vita si manifestava anche nell’alimentazione del pescatore: se durante l’estate non c’erano grossi problemi perché si riusciva a tornare a casa per il pranzo, il discorso cambiava durante l’inverno. La pesca con le reti, nella maggior parte dei casi, si svolgeva sul lago, e per tornare a casa bisognava vogare almeno un paio d’ore: ovvio che il pescatore dovesse arrangiarsi portandosi il pranzo da casa. Allo scoccare di mezzogiorno, i pescatori presenti in una zona si radunavano per mangiare insieme, scaldarsi un po’ e stare in compagnia. Di solito “sbarcavano” sulla valle, e davano fuoco ad un mucchio di patös (scarto della lavorazione del carice), che allora veniva raccolto per la vendita; se il mucchio non era disponibile, non era un grosso problema: tutti avevano in barca un mesurèl (falcetto), e in pochi istanti si poteva avere a disposizione per un fuoco tutte le canne e il patös che si voleva. Il pranzo era frugale: la base era la polenta, accompagnata da cuspetùn (un’aringa salata e affumicata) o da un po’ di gorgonzola. Qualcuno si portava anche un termos con un po’ di brodo e, occasionalmente, appariva una salamella. Il fuoco svolgeva un doppio ruolo: scaldava un po’ i pescatori intirizziti da una mattinata passata con le mani nell’acqua e, non di rado, in mezzo alla nebbia, e abbrustoliva la loro polenta, che veniva infilata su dei rami d’albero che venivano piantati nel terreno della palude ad una distanza dal fuoco tale da non bruciarla.

La bevanda standard del pescatore era l’acqua, allungata con un po’ d’aceto, conservata nella söca maravela o zucca da vino, una specie di zucca che, una volta fatta seccare e svuotata dai semi, fungeva da termos naturale, mantenendo l’acqua fresca a lungo. Quando poi la zucca era vuota, il pescatore beveva l’acqua del Mincio, senza dover fare i conti con gli scarichi industriali o gli allevamenti, allora minimi.

Un’ultima menzione, infine, alle malattie. Il rischio di malattie, per il pescatore, era presente, in prima fila leptospirosi e malaria, ma era molto minore rispetto al rischio corso dai carsèr. Il pescatore passava la sua giornata sull’acqua corrente, relativamente al sicuro dagli escrementi dei topi e relativamente al sicuro dalla zanzara anofele; il carsèr, invece, svolgeva il suo lavoro in mezzo all’acqua stagnante, immerso fino alla vita, in una situazione ideale per la proliferazione di topi e zanzare anofele. Per porre rimedio almeno al rischio della malaria, i carsèr prendevano delle compresse di chinino, restando tuttavia potenziali vittime della leptospirosi.

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